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  • Geositi del Comune di Valderice (Tp)

    gennaio 7, 2012 // 0 Comments

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    … in lavorazione…

  • Geositi del Comune di Custonaci (Tp)

    gennaio 3, 2012 // 0 Comments

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    … in lavorazione…

    Un Geosito (forma abbreviata di “sito geologico” o “sito di interesse  geologico”), secondo Wimbledon et Alii 1996, può essere definito come una  località, area o territorio in cui è possibile definire un interesse  geologico-geomorfologico per la conservazione.  L’insieme dei geositi di un dato territorio costituisce il suo patrimonio geologico. Purtroppo gran parte dei  geositi siciliani sono sconosciuti, infatti molti di essi pur ricadendo  all’interno di parchi regionali, aree protette, aree S.I.C. (Siti di Interesse Comunitario) e Z.P.S. (Zone a Protezione Speciale) non sono valorizzati e talvolta  nemmeno individualizzati. I geositi dovrebbero invece essere visibili,  riconoscibili e comprensibili attraverso una cartellonistica adeguata,  l’inserimento in percorsi geoturistici e la messa in rete degli stessi.

    In questo articolo mi propongo di censire i geositi ricadenti all’interno del comune di Custonaci.
    GEOSITO DOLINA LA BUFARA

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    Località: contrada Bufara
    Comune: Custonaci
    Provincia: Trapani
    Regione: Sicilia
    C.T.R. 1:10000: n.593090 (Custonaci)
    Coordinate
    Latitudine: 38°04’02”
    Longitudine: 12°40’58”

    La dolina “La  Bufara”, nel territorio di Custonaci, è ubicata a SE dell’omonimo Monte e ad ovest della Contrada Sperone-Assieni. Tutta l’area circostante la depressione risulta intensamente carsificata, infatti  fa parte del complesso carsico denominato della Bufara-Tribli-Rocca Rumena individuato dal Centro Ibleo di Ricerche Speleologiche di Ragusa di R. Ruggieri. Il complesso è formato da rocce calcaree (composte da carbonato di calcio) corrose dalla pioggia resa debolmente acida dall’anidride carbonica atmosferica. Questa azione chimica dell’acqua piovana prende il nome di dissoluzione e tale fenomeno prende il nome di carsismo.  La Bufara è un caso esemplare di forma carsica di superficie. Vi si può accedere da un passaggio sotto la strada “Asse dei Marmi”. Giunti sul fondo ci si trova in una depressione di forma circolare-ellittica con un’imboccatura ampia 200×300 m e una profondità media di circa 40 m.
    La genesi della Bufara è stata per molti anni fantasticamente attribuita all’impatto di un meteorite tanto da essere stato presente per lungo tempo un segnale turistico recitante “Fossa di meteorite”. Si tratta di una dolina di soluzione, cioè una conca chiusa originata per dissoluzione della roccia da parte dell’acqua di ruscellamento superficiale in movimento centripeto verso un punto assorbente (inghiottitoio), centro della forma chiusa. Il punto più depresso della dolina si trova a 142.3 m s.l.m., in posizione eccentrica lungo l’asse di massimo allungamento, ed è mascherato da terra e detriti depositatisi nel tempo sul fondo della conca. La dolina si è poi ampliata per crolli successivi dalle ripide pareti verticali come si evince dai massi e dai detriti presenti ai piedi di queste.

    Le rocce su cui si è originata la dolina si sono formate sul fondo di un mare di circa 150 milioni di anni fa in cui si sono depositati enormi quantità di sedimenti e dove hanno trovato sepoltura una parte degli esseri viventi che in quel mare abitavano (le stromatoliti prima, le ammoniti dopo e le spugne ellipsactinie dopo ancora). Questi sedimenti sono stati pressati, sollevati e piegati fino a originare rilievi e una piccolissima parte di quegli esseri sono giunti a noi sotto forma di fossili.  Pertanto muovendosi lungo la dolina, da SE verso NW, si possono osservare prima le dolomie stromatolitiche e loferitiche del Trias sup.-Lias, poi uno strato di calcari nodulari ad ammoniti del Dogger-Malm ed infine le calciruditi e brecce ad ellipsactinie del Titonico-Cretaceo inf..

    La conca presenta un microclima particolare, più fresco, che favorisce la flora locale.

    La bufara costituisce un ambiente di notevole interesse naturalistico, poiché le pareti rocciose strapiombanti sono habitat ideale per specie vegetali ed animali tipiche di ambiente rupestre. Il sito inoltre è un esempio didattico di dolina.

    Bibliografia

    B. Abate, C. Di Maggio, A. Incandela, P. Renda (1993) – Carta Geologica dei Monti di Capo San Vito (scala 1/25000) – Dipartimento di Geologia e Geodesia. Palermo.

    Agnesi V., Di Maggio C., Macaluso T., Madonia G., & Rotigliano E. (2002) – Schema geomorfologico di Capo San Vito (Sicilia Nord-occidentale) – Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia, Custonaci 1-5 maggio 2002. Speleologia Iblea, Vol. 10, pp. 37

    Castiglioni G.B. (1991) – Geomorfologia – Scienze della Terra – UTET

    Ruggieri R. (2002) – Peculiarià geomorfologiche e speleologiche dell’area carsica di Custonaci (TP) – Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia, Custonaci 1-5 maggio 2002. Speleologia Iblea, Vol.10, pp. 197-203

    E’ vietata la riproduzione anche parziale di testi, immagini e foto originarie che sono di proprietà dell’autrice.Tutti i diritti riservati.

     

     

  • Geositi del Comune di San Vito Lo Capo (Tp)

    gennaio 3, 2012 // 0 Comments

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    … in lavorazione…

    Un Geosito (forma abbreviata di “sito geologico” o “sito di interesse geologico”), secondo Wimbledon et Alii 1996, può essere definito come una località, area o territorio in cui è possibile definire un interesse geologico-geomorfologico per la conservazione.  L’insieme dei geositi di un dato territorio costituisce il suo patrimonio geologico. Purtroppo gran parte dei geositi siciliani sono sconosciuti, infatti molti di essi pur ricadendo all’interno di parchi regionali, aree protette, aree S.I.C. (Siti di Interesse Comunitario) e Z.P.S. (Zone a Protezione Speciale) non sono valorizzati e talvolta nemmeno individualizzati. I geositi dovrebbero invece essere visibili, riconoscibili e comprensibili attraverso una cartellonistica adeguata, l’inserimento in percorsi geoturistici e la messa in rete degli stessi.

    In questo articolo mi propongo di censire i geositi ricadenti all’interno del comune di San Vito Lo Capo.

    GEOSITO GROTTA DELLA ZUBBIA

    E’ una cavità carsica ad andamento orizzontale ubicata sull’altopiano carsiso di Piana di Sopra a circa 60 m s.l.m.. Si sviluppa complessivamente per circa 300 m articolandosi lungo dislocazioni tettoniche orientate ENE-OSO e N-S. Si accede alla cavità attraverso un pozzo, profondo circa 4 m, la cui imboccatura è larga 45x100x25 cm. La caverna iniziale larga 15m, lunga 35m e alta 8m presenta un cumulo di massi crollati dal soffitto in corrispondenza del pozzo d’ingresso.  Dal salone iniziale si aprono due vie di accesso, una verso nord e l’altra verso sud. Quella verso nord chiude quasi subito prosegue invece quella verso sud. Si risale una colata stalagmitica e strisciando da un cunicolo si accede in un altro ambiente ricco di stalagmiti. Calandosi per uno dei due pozzi poco profondi che si aprono sul fondo si arriva in una caverna dalla quale si aprono una serie di cunicoli ricchi di concrezioni. Si avanza da un passaggio basso e ricco di vaschette contenenti numerose pisoliti, di dimensioni centimetriche e di forma ovale o irregolare, che porta in un’ultima caverna detta “Grotta delle Campane” caratterizzata da bellessime cortine di alabastro lungo le pareti. Questa grotta è ricca di stalattiti eccentriche: forme ramificate con elementi rivolti verso l’alto.

    GEOSITO FRANA DI CONTURRANA

    L’antica frana di Conturrana è ubicata a sud del paese di San Vito Lo Capo, lungo il versante occidentale di Pizzo di Sella. E’ una frana complessa avvenuta per scivolamento traslativo (rockslide) di una grande massa rocciosa che frantumandosi ha originato una valanga di detrito (debrisflow). Il movimento franoso, che ha mobilizzato circa 22 milioni di metri cubi di roccia, è stato verosimilmente indotto da un terremoto verificatosi nel IV secolo dopo Cristo. L’innesco è stato favorito dall’elevata pendenza del versante, dall’assetto strutturale, (qui infatti i terreni della successione di Pizzo di Sella sovrascorrono sui depositi della successione di Monte Monaco) e dalla presenza di piani di debolezza (quali le superfici di contatto fra il complesso plastico basale e le rocce carbonatiche sovrastanti). La frana ha un’estensione areale di circa 65 ha, una lunghezza intorno a 1400 m ed una larghezza di circa 580 m.  L’accumulo di frana, ancora in parte integro, è ben evidente. Esso,  costituito prevalentemente da blocchi carbonatici di diversa granulometria a giacitura caotica,  si è espanso sulla piattaforma di abrasione marina inattiva (Grande Terrazzo Superiore) presente nell’area. La nicchia di distacco (la zona del versante da cui ha avuto origine il distacco) è ancora perfettamente visibile. A mio avviso questo sito andrebbe tutelato non solo per l’intrinseco valore geomorfologico ma anche per la leggenda ad esso legata (inevitabile richiamo per un pubblico più ampio). La leggenda racconta che Vito, Modesto e Crescenzia approdando a Capo Egitarso (l’odierno Capo San Vito) vennero a sapere dell’esistenza di una borgata, chiamata Conturrana, ubicata sotto un alta rupe a soli 3 km dalla spiaggia. Vi si recarono per convertire gli abitanti al cristianesimo ma questi li cacciarono e minacciarono e mentre i tre ritornavano alla spiaggia un’enorme frana, castigo di Dio per gli infedeli, seppellì la borgata e i suoi abitanti. A poche centinaia di metri dalla frana sorge la cappella (sec XVI) di Santa Crescenzia. Qui, secondo la leggenda, si trovava Crescenzia quando la borgata di Conturrana fu sepolta dalla frana. E’ verosimile che la borgata di Conturrana sia esistita davvero anche perché è improbabile che un luogo incantato e riparato quale il golfo di San Vito Lo Capo non fosse abitato a quel tempo. Il geosito si può osservare agevolmente dalla strada SP16 che porta a San Vito Lo Capo.

    Bibliografia

    B. Abate, C. Di Maggio, A. Incandela, P. Renda (1993) – Carta Geologica dei Monti di Capo San Vito (scala 1/25000) – Dipartimento di Geologia e Geodesia. Palermo.

    Agnesi V., Di Maggio C., Macaluso T., Madonia G., & Rotigliano E. (2002) – Schema geomorfologico di Capo San Vito (Sicilia Nord-occidentale) – Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia, Custonaci 1-5 maggio 2002. Speleologia Iblea, Vol. 10, pp. 37

    Agnesi V., Di Maggio C., Macaluso T. (1995) – Deformazioni gravitative profonde e superficiali nella penisola di Capo San Vito (Sicilia occidentale) – Mem. Soc. Geol. It., 50:11-21

    Anelli F. (1965) – Relazione sulle ricognizioni esplorative compiute in alcune grotte nel territorio della provincia di Trapani – Itinerari speleologici, suppl. de “L’Alabastro” 1(6)

    Bianco G., Calì M., Panzica La Manna M., Scavone A. (1998) – Ipotesi di tutela e valorizzazione di un bene speleologico. La grotta della zubbia a San Vito Lo Capo (Tp) – 3° Convegno Regionale di Speleologia della Sicilia, Palermo (Riassunti)

    Nicoletti P.G. & Parise M. (1996) – Geomorphology and Kinematics of the Conturrana rockslide-debris flow (NW Sicily), Earth Surface Processes and Landforms, v.21, 875-892

    E’ vietata la riproduzione anche parziale di testi, immagini e foto originarie che sono di proprietà dell’autrice.Tutti i diritti riservati.

     

  • Riserva Naturale Orientata Monte Genuardo e S. Maria del Bosco

    febbraio 20, 2011 // 0 Comments

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  • Isola di Marettimo (Arcipelago delle Egadi)

    gennaio 6, 2011 // 1 Comment

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    di Giusy Adragna

    Marettimo, l’ultima delle Egadi, è meta ideale per gli amanti del trekking che vogliono cimentarsi in escursioni piu o meno impegnative, attraverso sentieri di grande fascino capaci di regalare sensazioni sempre nuove. Frazione del comune di Favignana, in provincia di Trapani (sicilia occidentale), l’isola è un paradiso di natura incontaminata, ancora indenne dal turismo di massa.

     

     

     “dopo Capri, Marettimo è la più bella isola italiana”

    Fulco Pratesi

     

     

    L’Isola di Marettimo (Hierà Nésos=Isola Sacra per gli antichi geografi greci) è la più distante ed aspra dell’arcipelago delle Egadi, lontana dalla costa trapanese oltre 30 km. Dopo Favignana è la seconda per dimensioni con una superficie di 12,3 Km2, una lunghezza di circa 7 Km e uno sviluppo costiero di 19 Km.

    L’isola presenta la forma di un parallelogramma allungato secondo la direzione NO-SE, gli spigoli di questo parallellogramma sono dati a nord da Punta Galera, a sud da Punta Martino, a est da Punta Bassano e ad ovest da Punta Mugnone. La direzione di allungamento dell’isola è anche la direzione principale di sviluppo del gruppo montuoso che occupa la quasi totalità della superficie isolana.  La cima più elevata è il Monte Falcone con i suoi 684,9 m s.l.m., seguono Punta Campana (625,5 m), Pizzo del Capraro (622,9 m) e Monte Lisandro (495,9 m). I due versanti più scoscesi sono quello orientale e quello occidentale, con una pendenza media rispettiva del 60% e del 55%. Le acque delle Egadi formano la riserva marina protetta più estesa d’Europa (http://www.parks.it/riserva.marina.isole.egadi/index.php).

     

    Riferimenti cartografici

    • Foglio I.G.M. 1:50000: n.604 (Isole Egadi)
    • Tavoletta I.G.M. 1:25000: n.256 IV N.O. (Marettimo)
    • C.T.R. 1:10000: n.604010 (Marettimo)

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    Punti d’interesse

    Itinerari

     

    Castello di Punta Troia

    Nel IX secolo i Saraceni edificarono una torre di avvistamento sulla cima (116 m) del suggestivo promontorio di Punta Troia, nell’estremità nord-occidentale di Marettimo. Nel XII secolo il Re normanno di Sicilia, Ruggero II, fortificò la torre nell’ambito di un progetto di potenziamento dell’intero sistema difensivo delle Isole Egadi. Nel 1600 circa gli Spagnoli costruirono l’attuale castello, dotandolo alla base di un’ampia cisterna per la raccolta dell’acqua e di una piccola chiesa, la “Real Chiesa Parrocchiale” che fino al 1844 servì la piccola comunità dell’isola (data dai soldati spagnoli e dalle loro famiglie). La cisterna venne successivamente adibita dagli stessi Spagnoli a prigione di massima sicurezza, il cui primo ospite fu un giovane parricida. Dalla fine del 1700 fu utilizzata come prigione per i reati politici, nel 1798 vi fu tristemente rinchiuso il patriota Guglielmo Pepe. Dal 1844, anno della chiusura del carcere, la fortezza fu utilizzata come postazione semaforica fino all’ultima guerra. Oggi il Castello è finalmente in restauro.

    Edificio ad opus reticulatum

    Attorno al I secolo d.C., mentre la Sicilia si romanizzava, nelle isole Egadi si suppone vi fossero solo piccoli stanziamenti di presidio di Roma. Sul pianoro sovrastante il paese di Marettimo, chiamato “Case Romane”, dal quale si gode di una bellissima vista verso oriente sono conservati i resti di un vasto edificio ad opus reticulatum verosimilmente di uso difensivo e probabilmente eretto fra il I secolo a.C. e il II d.C.

     

    Chiesetta bizantina

    Sul pianoro denominato “Case Romane“ è presente un’affascinante chiesetta rurale di epoca normanna (XI-XII secolo). Edificata dai monaci Basiliani di lingua greca si ipotizza fosse dedicata al culto di San Simone, nome col quale, sembra si chiamasse l’attuale paese di Marettimo. I monaci scelsero questo spettacolare luogo dell’isola sia perché al riparo dalle insidie del mare, ma anche per poter utilizzare come cenobio il vasto edificio romano già esistente. La chiesa è stata restaurata e riconsacrata il 25 Aprile del 2010.

     

    Faro di Punta Libeccio

    Il Faro, alto 74 m, è ubicato sulla costa meridionale dell’isola. Costruito nel 1860 in pietra con una torre ottagonale alta 50 m, è bianco con una striscia nera al centro del caseggiato su cui è scritto “Punta Libeccio”.  Le sue lenti ne fanno il secondo faro d’Italia per importanza dopo la Lanterna di Genova. Il Faro ha una portata luminosa di 36 miglia e la sua luce arriva quasi a baciarsi con quella del faro di Capo Bon in Tunisia posto proprio di fronte a lui.

     
     
     
     
    Itinerari
     
    Difficoltà: E (Escursionistico)
    Dislivello: 684,9 m
    Segnaletica: presente
    Tempo di salita: 2.30 h circa
    percorrendo un sentiero basolato, che inizia alle spalle del paese, si raggiunge (dopo 30 min. circa) l’area delle Case Romane, nei cui pressi si trova un abbeveratoio, un vasto edificio ad opus reticulatum e una chiesetta bizantina. Da qui si prosegue in direzione NW lungo un sentiero che dopo essere passato ai piedi di Punta Campana conduce fino alla sella (585 m) tra il Pizzo del Capraro e il Monte Falcone. Da qui si può godere di una bellissima vista sia del versante occidentale che orientale dell’isola. Dalla sella si prosegue con difficoltà per tracce di sentiero in direzione N fino alla vetta (altare e croce metallica) dove si apre un meraviglioso panorama a 360° sul mare.
     
    Difficoltà: E (Escursionistico)
    Segnaletica: presente
    Tempo di salita: 1.45 h circa
    partendo dallo Scalo Vecchio si lascia il paese percorrendo un sentiero pianeggiante in direzione N che dopo un centinaio di metri sale di quota regalando una suggestiva vista sullo Scoglio del Cammello e su Punta Troia. Lasciato alle spalle lo Scoglio del Cammello il sentiero scende di quota fino a diventare zigzante lungo il conoide che unisce l’isola al promontorio di Punta Troia, qui è possibile fare un bagno nella bella spiaggia dello Scalo Maestro (a nord) o a Cala Manione a sud. Una nuova impegnativa ascesa, di circa 100 m, su un sentiero basolato porta al castello spagnolo.
     
    Difficoltà: EE (Escursionisti Esperti)
    Segnaletica: presente
    Tempo di salita: 2.30 h circa
    partendo dallo Scalo Vecchio si lascia il paese percorrendo un sentiero pianeggiante in direzione N che dopo un centinaio di metri sale di quota regalando una suggestiva vista sullo Scoglio del Cammello e su Punta Troia. In Contrada Rumurale, proseguendo per il sentiero principale in direzione NW, è possibile costeggiando in quota (sentiero esposto) tutta la costa settentrionale dell’isola raggiungere Punta Mugnone. Da qui si può proseguire fino a Cala Bianca e immergersi nelle sue splendide acque chiare. La costa occidentale dell’isola che va da Cala Bianca a Cala Nera non è raggiungibile da terra per la presenza dei Barranchi, grandi strapiombi di roccia dolomitica che raggiungono i 400 m di altezza.
     
    Difficoltà: E (Escursionistico)
    Segnaletica: presente
    Tempo di salita: 1.45 h circa
    percorrendo la strada che, in direzione SE, porta nei pressi del cimitero si arriva ad un bivio indicante Carcaredda e Punta Libeccio. Da qui il sentiero si inerpica verso ovest attraverso una bassa pineta e dopo numerosi tornanti arriva a Carcaredda: qui si può fare una sosta nei pressi di un rifugio della Forestale e si può godere del bellissimo panorama su Punta Bassano. Continuando il sentiero si innesta su di una strada forestale e percorrendo la parte SW dell’isola scende fino al faro e successivamente a Punta Libeccio dove è possibile fare il bagno nella bella Cala Nera (accesso alla Cala difficoltoso).
     
     
     
    partendo dallo scalo vecchio e navigando verso N si incontra lo scoglio e la grotta del Cammello dove è possibile entrare con la barca e raggiungere la spiaggetta interna alla grotta. Proseguendo si osserva il suggestivo promontorio di punta Troia, aggirato il quale è d’obbligo una sosta alla grotta del Tuono. Attraversata la costa settentrionale dell’isola comincia l’imperdibile costa occidentale. Qui è possibile osservare pareti verticali dolomitiche a picco su un mare trasparente, la spiaggetta di Cala Bianca, la grotta delle Sirene, la grotta Perciatagrotta Bombarda e la cala omonima, la grotta del presepe e la piccola spiaggetta di Cala Spalmatore. Lasciatosi alle spalle il faro di Punta libeccio incontriamo le spiagge di pietra di cala Nera, cala Cretazzo e cala Conca (con le sue acque verdeazzurro). Doppiata Punta Bassana e superata cala Marino e la spiaggetta di PraiaNacchi si risale verso il porto.
     
     
    Flora
     
    Marettimo presenta una flora pregiata, specie negli ambienti rupestri dove crescono specie endemiche e subendemiche quali il Bupleuro di Marettimo (Bupleurum dianthifolium), l’Iberide florida (Iberis semperflorens), la Finocchiella di Boccone (Seseli bocconei), il Cavolo delle Egadi (Brassica macrocarpa), il Garofano rupicolo (Dianthus rupicola), la Vedovina trapanese (Scabiosa limonifolia), l’erba-perla mediterranea (Lithodora rosmarinifolia) e la Scilla di Ugo (Scilla hunghii).

     

     

    Come arrivare

    in nave

    • dal porto di Trapani partono tutto l’anno aliscafi e traghetti della Siremar e delle Usticalines.

    in aereo

    • Aeroporto “Vincenzo Florio” Trapani Birgi (distante dal porto di Trapani 40 minuti di autobus (AST – Autolinee Siciliana Trasporti, Terravision, altri operatori locali).
    • Aeroporto “Falcone Borsellino” Palermo Punta Raisi (distante un’ora e mezzo di autobus dal porto di Trapani).

     

    Link

     
     
     
    Bibliografia
    Cusimano G., Di Cara A. & Marescalchi P. (1993) – Studio idrogeologico dell’isola di Marettimo (Isole Egadi-Trapani) – Riv. Min. Sic., 4-166, 25-36.

    E’ vietata la riproduzione anche parziale di testi, immagini e foto originarie che sono di proprietà dell’autrice.Tutti i diritti riservati.

  • Trekking urbano della città di Sciacca

    dicembre 28, 2010 // 0 Comments

    Posted in: Provincia di Agrigento

    in lavorazione

    La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui aria, in primavera, è tutto un profumo… Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al mondo, è il fatto che da un’estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura

    Guy de Maupassant

     

     

    Riferimenti cartografici

    • Foglio I.G.M. 1:50000: n. 628 (Sciacca)
    • Tavoletta I.G.M. 1:25000: n. 266 IV S.E. (Sciacca)
    • C.T.R. 1:10000: n. 628060 (Sciacca Terme) e n. 628050 (Sciacca)

    Punti d’interesse

    Itinerari

     

    Chiesa (ex) di S. Gerlando

    Ubicata sulla via Incisa non se ne conosce la data di fondazione. È certo, invece, che fosse esistente verso la metà del ‘300, periodo in cui fu ceduta all’ordine religioso i “Cavalieri Teutonici“. Successivamente fu data in patronato al nobile Antonio Pardo. Aperta al culto fino al 1595, fu poi utilizzata come magazzino e successivamente come sala cinematografica (ex cinema Micron). La facciata è caratterizzata da uno splendido portale in calcarenite bioclastica (comunemente ” tufo conchigliare”) con decorazione a saetta e con palmette stilizzate di derivazione arabo – normanna. L’ultimo restauro ha riportato alla luce la splendida merlatura a coda di rondine, tipico ornamento a scopo difensivo delle chiese medioevali.

    Chiesa (ex) di S. Marco Evangelista

    La chiesa, ubicata in via Pietro Gerardi, fu fondata nel 1109 dalla contessa normanna Giulietta e dedicata a S. Teodoro.  Nei primi del 1500 fu ricostruita e dedicata a S. Marco Evangelista. Nel 1791 fu trasformata in casa privata. All’interno conserva le strutture originarie tardo gotiche quali volte a crociera con costoloni in rilievo e scultoree chiavi di volta. All’esterno la facciata presenta aggiunte settecentesce. Oggi la chiesa è in disuso e fatiscente. Attiguo alla chiesa vi era l’ex monastero delle Benedettine aperto fino al 1618 e successivamente adibito ad abitazione privata.

    Chiesa di S. Maria dello Spasimo

    Ubicata su corso vittorio Emanuele fu ricostruita nel 1632 e successivamente rimaneggiata nel 1807. All’interno, a una sola navata, da notare l’altare maggiore e gli ornati eseguiti nel 1856-57 su disegno dell’architetto saccense Salvatore Gravanti.

    Chiesa di S. Margherita

    Sita in Piazza del Carmine fu fondata nel 1342 da Eleonora D’Aragona moglie di Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta, signore di Sciacca e vicario del Regno di Sicilia durante la reggenza della Regina Maria. Intorno al 1350 venne concessa all’ordine religioso i “Cavalieri Teutonici” che vi annessero il loro Ospizio. Soppresso l’Ospizio, nel 1390 la chiesa fu aggregata alla Magione di Palermo e gestita dalla Confraternita dei Disciplinari. Nel 1595 fu completamente trasformata, per volere testamentario del ricco mercante Catalano Antonio Pardo, che destinò metà del suo patrimonio a beneficio della chiesa. Isolata da tre lati è caratterizzata da grandi finestre con mostre in calcarenite bioclastica (“tufo conchigliare”) e due splendidi portali. Il portale principale, rivolto ad occidente, si presenta in chiaro stile gotico-catalano, costituito da due pilastri ottagonali e da una triplice ghiera a bastioni con al vertice un fiorone. L’altro portale si trova sulla via Incisa, si tratta di una pregievole struttura di marmo bianco, eseguita nel 1468 e attribuita in parte a Francesco Laurana. Quest’ultimo portale probabilmente apparteneva alla prima chiesa fondata da Eleonora d’Aragona, altre tracce della chiesa trecentesca sono visibili sulle mura perimetrali del lato meridionale del complesso monumentale. Da notare le paraste angolari e la possente trabeazione in calcarenite bioclastica, meravigliose le dieci grondaie simili a bocche di cannone.

    Campanile della Chiesa di S. Margherita

    Ubicato sulla via Incisa fu eretto verosimilmente subito dopo il 1595, quando fu trasformata e ampliata la Chiesa di S. Margherita. Sotto l’intonaco si intravede una finestra bifora con colonnina tortile tamponata, appartenente ad una precedente costruzione del medioevo in stile gotico, forse il campanile della chiesa di S. Gerlando. La pesante campana, collocata nel 1602, è opera di Pietro Garbato di Tortorici.

    Ex Ospedale di S. Margherita

    Ubicato sulla via Incisa fu fondato nel 1393, col nome di Ospedale Santi Simone e Giuda, per volontà testamentaria del ricco nobile catalano Antonio Pardo. Nel 1530 fu ricostruito e prese il nome di Ospedale di S. Margherita. Dal 1678 i Padri Fatebenefratelli gestirono l’ospedale, al piano terra vi erano i locali dell’ospedale e al primo piano vi era il loro convento. Nel 1750 i Padri Fatebenefratelli lasciarono la città e anche il piano superiore fu adibito ad ospedale. Più volte rimaneggiato, dal 1929 a seguito della fondazione degli Ospedali Civili Riuniti l’ospedale venne definitivamente abolito. L’ex ospedale diventò sede della caserma Scandaliato e successivamente abitazione privata. Negli ultimi anni, tutto il complesso (di proprietà dell’Azienda Ospedaliera) è stato restaurato su finanziamento della Regione Siciliana. La facciata è caratterizzata da un bel portale di forme barocche datato 1727 e realizzato in calcarenite bioclastica (comunemente “tufo conchigliare”). In cima al portale lo stemma dei Padri Fatebenefratelli costituito da una melagrana spaccata. Guardando verso l’alto si notano una serie di merli ghibellini verosimilmente facenti parte di un edificio medievale inglobato nel 1530 durante la ricostruzione dell’ospedale.

    Ex Monte di Pietà

    A Sciacca il Monte di Pietà nasce nel 1543 come istituzione filantropica, con sede nell’Ospedale di S. Margherita. Nel 1655 inizia a concedere prestiti su deposito di un pegno, ma a causa di una cattiva amministrazione si estingue. Venne rifondato, presso gli attuali locali, nel 1792 con i risparmi dell’Ospedale di S. Margherita rimanendo attivo, sotto la gestione della Congregazione di Carità, nel XIX e XX secolo. L’istituto venne definitivamente abolito nel 1967.

    Porta S. Salvatore

    Ubicata in Piazza del Carmine, venne ricostruita nel 1581, come inciso sul lato sinistro del fornice. La facciata esterna in calcarenite bioclastica (“tufo conchigliare”) si presenta decorata, con gusto spagnolo-moresco, da arabeschi, rosette, cornucopie, teste leonine, ecc. Da notare ai lati della fornice le due colonne ioniche sostenute da due grossi elefanti stilofori e affianco alla chiave di volta i bassorilievi che raffigurano due leoni rampanti. Sulla porta due coppie di volute prebarocche e il ballatoio sorretto da quattro robuste mensole che accoglie tre stemmi: quello a sinistra è l’antico stemma della città, con Maria Maddalena tra due leoni rampanti; quello centrale è lo stemma della Casa d’Austria, regnante in quel tempo; quello a destra è lo stemma della famiglia Sotomajor, a cui apparteneva l’allora capitano della città e costruttore della porta Rotorico Osvaldo Sotomajor. Il nome della porta deriva dalla vicina chiesa del Salvatore, fondata dal conte Ruggero, i cui resti sono inglobati nel prospetto dell’attuale chiesa del Carmine. Affianco alla porta di S. Salvatore ne era presente un’altra più piccola, aperta nella cinta muraria nel 1894, abbattuta poi nel 1943 per far passare un aereo tedesco abbattuto dal nemico.

    Casa dei Gesuiti

    Ubicata su corso Vittorio Emanuele è un esempio di architettura catalana. Appartiene alla costruzione originaria la parte superiore architravata dei balconi con la cornice tipica delle finestre catalane. Gli attuali balconi infatti in origine erano finestre, probabilmente a tre luci con colonnine; inoltre la trasformazione delle finestre in balconi ha interrotto la bella cornice quattrocentesca che segnava la linea dei davanzali. Nell’androne, in origine cortiletto, è conservata una finestra bifora ad arco gotico dove sul capitello della colonnina vi è lo stemma dei gesuiti.

    Palazzo Manno

    Su corso Vittorio Emanuele si trova questo palazzo settecentesco che fu dimora della nobile famiglia Manno presente a Sciacca dal secolo XV ed oggi estinta. Appartengono alla costruzione originaria alcuni balconi sul muro che prospetta su piazza Duomo.

    Palazzo Maurici

    Ubicato su corso Vittorio Emanuele si trova questo palazzo appartenuto prima alla famiglia Maurici, poi ai Grado, ai Bona e oggi ai Vassallo e altri. La facciata conserva al piano terra il portale di forme barocche, al piano primo una bifora con colonnina tortile di stile chiaramontano e alcuni balconi settecenteschi. La sopraelevazione con il parapetto a traforo, tipico dell’età barocca, è della fine del 1800. All’interno dell’androne si trovava la trecentesca chiesa di San Martino con il suo pozzo presso il quale morì Giacomo Perollo per mano dei seguaci del Conte Luna.

    Palazzo Montaliana

    Ubicato su corso Vittorio Emanuele appartenne alla famiglia Montaliana come si evince dallo stemma collocato in alto sul cantonale tra corso V.E. e il vicolo Arone. La famiglia Montaliana, di origine germanica ed estinta nel 1726, era una delle più ricche famiglie di Sciacca. Gian Filippo Montaliana, barone del Nadore, fu uno dei 4 giurati della città. Venne condannato al carcere dalle autorità vicereali per non aver preso provvedimenti contro le barbarie compiute dal conte Sigismondo Luna. Terminò i suoi giorni nella fortezza di Messina. Il Palazzo quattro-cinquecentesco conserva, sul vicolo Arone, una grande apertura (forse trifora o forse edicola) accecata a due spioventi dai vertici ornati con tre grosse palle di pietra, da notare l’attico merlato da diversi anni tompagnato.

    Casa-Torre di Pardo

    Ubicata sulla via Incisa è una tipica casatorre, costruzione fortificata in auge nel medioevo. La proprietà passò, verso la fine del 1300, dalla estinta famiglia Incisa al nobile e ricco mercante catalano Antonio Pardo. Appartengono alla costruzione originaria i decori degli stipidi della finestra del piano primo e le due cariatidi in calcarenite bioclastica che sorregono la cornice. I balconcini sono chiaramente posticci. La finestra ad est è ornata da elementi marmorei con bassorilievi riportati da un altro edificio.

     

    Palazzo Perollo

    Questo signorile palazzo del XV secolo appartenne ai Perollo, nobile famiglia di origine francese. La proprietà passò poi verso la fine del XVI secolo alla famiglia Argomento e successivamente agli Arone. Davanti a questo palazzo rimase per due giorni la salma di Giacomo Perollo ucciso dai seguaci di Sigismondo Luna durante il Caso di Sciacca (1529). La facciata su via Incisa è caratterizzata da tre eleganti bifore gotiche del piano nobile, il balcone barocco con la ringhiera a petto d’oca è un’aggiunta settecentesca. Sotto gli intonaci dei muri esterni si intravedono sul lato sinistro un arco acuto in conci di calcarenite conchigliare e verso il centro alcune antiche finestre tamponate. All’interno del cortiletto vi è una bella scala catalana dai gradini con cornice a risega, sul muro orientale si nota una finestra ad arco inflesso, sul muro occidentale si trovano un’altra finestra di forma quadrata murata, un’antica cisterna e un pilastro poligonale.

    Piazza Scandaliato

    E’ la più antica piazza della città, chiamata Piazza del Popolo fino alla metà del 1900 poi Piazza S. Domenico e attualmente Piazza Scandaliato. Già da prima del 1900 si presentava come una piccola isola pedonale, successivamente fu allargata grazie ai lavori di riempimento del fossato. E’ delimitata a nord dal seicentesco Palazzo di Città, ex Colleggio dei Gesuiti e dal settecentesco Palazzo del Duca, ad ovest dalla chiesa di S. Domenico, ad est da alcuni antichi edifici medievali con sopraelevazioni ottocentesche e a sud è aperta sul mar Mediterraneo.

    Bibliografia

    S. Cantone (1988) - Sciacca Terme – Stass Palermo

    G. Verde (2008) – Hospitalia “Istituzioni, malattie, assistenza nei secoli XII-XIX a Sciacca” – Palermo

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  • Carsismo

    ottobre 25, 2010 // 0 Comments

    Posted in: Schede

    La superficie terrestre è soggetta a lente ma continue trasformazioni operate da fenomeni legati all’atmosfera, all’idrosfera e alla biosfera. L’aria, l’acqua il ghiaccio esercitano sulle rocce presenti in superficie una continua azione di modellamento. Tra questi l’acqua occupa un ruolo fondamentale nell’evoluzione del paesaggio. Essa infatti, oltre all’azione meccanica esercita anche un’azione chimica provocando la dissoluzione di alcuni tipi di rocce. Tale fenomeno prende il nome di Carsismo.

    Tipi di rocce solubili
    Le rocce soggette al fenomeno carsico sono:
    1. le rocce carbonatiche (calcari, dolomie e rocce intermedie quali calcari dolomitici e dolomie calcaree)
    2. le rocce evaporitiche (anidride, gesso, salgemma)
    Le seconde sono costituite da minerali quali gesso, anidride e salgemma facilmente solubili anche in acqua pura. Le rocce carbonatiche invece sono costituite da minerali quali calcite, aragonite e dolomite non solubili in acqua pura ma solubili in presenza di acqua e anidride carbonica (CO2).
    L’anidride carbonica, un gas presente nell’aria e nel suolo, può sciogliersi nell’acqua piovana e in quella che circola nel terreno, conferendo alla soluzione un certo grado di acidità che le permette di attaccare le rocce carbonatiche e provocarne la corrosione.

    La reazione semplificata è la seguente:
    CO2 + H2O + CaCO3 ↔ Ca(HCO3)2
    Anidride carbonica + acqua + carbonato di calcio (nella roccia) ↔ bicarbonato di calcio (in soluzione)

    Forme carsiche di superficie o epigee
    Nella classificazione delle forme carsiche si usa distinguere le forme di superficie o epigee dalle forme profonde o ipogee. Sono numerosissime le forme carsiche di superficie esistenti. In base alle dimensioni si distinguono forme minori con dimensioni da centimetriche a metriche (microforme) e forme maggiori (macroforme). Fra le più comuni:

    Le scannellature sono piccoli solchi rettilinei e subparalleli, separati tra loro da sottili creste aguzze. Simili a un reticolo idrografico in miniatura si trovano in superfici con inclinazioni varie, sono lunghe dai 10 ai 60 cm, larghe da 1 a 3 cm e profonde da 0,02 a 2 cm.

    I solchi carsici o docce sono solchi della profondità e larghezza di parecchi centimetri e della lunghezza di diversi metri. Sulle superficie poco inclinate presentano a volte andamento tortuoso, sulle superficie più inclinate presentano invece andamento rettilineo. Hanno l’aspetto di lunghe canalette, isolate o parallele.

    I crepacci carsici sono solchi di larghezza variabile e di lunghezza e profondità considerevoli.  A differenza dei solchi carsici essi sono impostati in corrispondenza di fratture. Verso il basso possono terminare assottigliandosi gradualmente o bruscamente su uno strato sottostante.

    I fori carsici sono piccole cavità a sezione subcircolare che si formano sia sulla roccia nuda sia al di sotto di una copertura di suolo. Possono essere paragonate a delle microcaverne.

    Le vaschette di corrosione sono cavità a fondo piatto e perimetro ellittico o subcircolare, aperte da un lato (impronte) o chiuse, situate su superfici non molto inclinate. Queste forme sono il risultato dell’azione solvente dell’acqua stagnante combinata ad azioni biologiche. La corrosione allarga le vaschette alla base dei fianchi dove è più lunga la presenza dell’acqua dopo le piogge.

    Le cavità alveolari sono cavità emisferiche di dimensioni variabili da qualche mm a qualche cm di diametro, si formano sulle pareti verticali come risultato dell’anidride carbonica combinata agli acidi umici rilasciati da muschi o da alghe endolitiche che vivono all’interno della roccia.

     

     

     

     

    La dolina è la più tipica fra le macroforme carsiche. E’ una cavità chiusa a forma più o meno circolare con uno o più punti di assorbimeno idrico sul fondo.  In sezione verticale si distinguono forme a piatto, a ciotola, a imbuto, a pozzo. Sul fondo della dolina può essere presente della terra rossa, talvolta appaiono come oasi verdeggianti tra aride pietraie. Dal punto di vista genetico sono in genere dovute alla soluzione del calcare ad opera dell’acqua di ruscellamento superficiale in movimento circolare oppure al crollo del soffitto di una grotta.

     

    I polje sono delle forme carsiche a forma di bacini chiusi di dimensioni chilometriche con versanti relativamente ripidi e fondo pianeggiante. Sul fondo si aprono numerosi inghiottitoi che appunto “inghiottono” le acque che affluiscono nel bacino. Nei polje attivi il fondo si allaga stagionalmente quando gli inghiottitoi non riescono a smaltire tutta l’acqua che affluisce nel bacino.  A causa dell’inondazione si verifica una corrosione marginale che mantiene brusco l’angolo di raccordo tra la conca e i versanti. I polje sono situati in depressioni tettoniche ma anche al contatto tra rocce idrosolubili e rocce insolubili.

    Forme carsiche sotterranee o ipogee

    Tra le cavità carsiche sotterranee si usa distinguere:

    1. cavità suborizzontali (gallerie)
    2. cavità ad asse di allungamento inclinato
    3. cavità subverticali (pozzi e abissi)

    Queste a loro volta possono essere:

    1. cavità prive di acqua
    2. cavità ricche d’acqua, ma che possono essere anche temporaneamente asciutte o completamente allagate
    3. cavità permanentemente piene d’acqua

    All’interno di un rilievo carsificato, dall’alto verso il basso, si passa da cavità asciutte verso cavità sempre più ricche d’acqua, fino a cavità permanentemente allagate.

    Depositi di grotta

    Le gallerie piu esterne ed asciutte appaiono con forme irregolari sia in sezione che in pianta e presentano sul fondo argille provenienti dalla superficie, sostanze organiche (ossa di animali, guano di pipistrello), blocchi crollati dal soffitto e concrezioni di calcite. Queste ultime sono senza dubbio i depositi di grotta più noti e caratteristici e sono abbondanti soprattutto nelle grotte delle regioni temperate e calde, mentre ne sono prive le grotte delle regioni fredde.

    Le concrezioni più comuni sono:

    le stalattiti dove inizialmente l’acqua che fuoriesce da una fessura della volta costruisce un sottile tubicino di calcite (spaghetto) scorrendo all’interno di questo; dopo l’ostruzione dell’estremità del tubicino un velo d’acqua scorre all’esterno depositando strati concentrici di calcite;

    le stalagmiti che si formano nei punti dove le gocce d’acqua cadono sul pavimento della grotta, presentano una struttura a cupole sovrapposte da cui risultano forme a pila di piatti rovesciati, a grandi foglie, a vavolfiore ecc;

    le colonne che si formano per congiungimento di una stalattite con una stalagmite;

    le vele o cortine sono forme laminari che si formano quando una goccia d’acqua prima di cadere scorre obliquamente sul soffitto deponendo una nervatura di calcite;

    le colate concrezionali si formano quando una lama d’acqua scorre sulle pareti o sui pavimenti;

    le concrezioni da splash che formano sulle pareti che ricevono gli spruzzi strutture mammellonari caratteristiche ma anche stalagmiti sul pavimento, infatti la goccia d’acqua staccandosi da una stalattite (a) dopo aver colpito la stalagmite corrispondente (b) rimbalza formando un altra stalagmite (c).

    Bibliografia

    Castiglioni G.B. (1991) – Geomorfologia – Scienze della Terra – UTET

  • Rocche di Caltabellotta (M. Kratas)

    ottobre 7, 2010 // 0 Comments

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    Posted in: Provincia di Agrigento

    …in lavorazione…

    di Giusy Adragna

    Il Monte Kratas è uno dei luoghi più affascinanti della provincia di Agrigento, sui suoi picchi sorse verosimilmente la città sicana di Inycon con la sua sede reale sulla rupe denominata Camycus, oggi Gogàla.  La città ebbe un forte sviluppo nel VI sec. a.C. ma, a seguito della sua ellenizzazione, dovette modificare il suo nome sicano in quello greco di Triokala. Nel 258 a.C., durante la prima guerra punica, la città venne distrutta dai Romani ma i suoi abitanti fondarono un po’ più a valle una nuova città, Trokalis (Nuova Triokala).  La Gogàla visse le stesse vicissitudini della vecchia città, ma la sua storia non si arrestò al III sec. a.C.. Durante la seconda guerra servile (104-99 a.C.) Salvio Trifone, capo degli schiavi, si asserragliò con i suoi uomini sul terrazzo di S.Benedetto e sulla rupe Gogàla facendo rivivere la città distrutta dai Romani (Triokala di Trifone). La rivolta si concluse con la sconfitta degli insorti e gli schiavi superstiti, guidati da Satiro, preferirono levarsi la vita piuttosto che combattere contro le fiere nell’arena, scrivendo con il loro sacrificio una delle più sublimi pagine della storia umana.

    “…Senza vedere la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto.”

    Johann Wolfgang Goethe

     

     

    Il monte Kratas (in territorio di Caltabellotta) si eleva a sud dei Monti Sicàni ed è caratterizzato da una serie di picchi (colle Quagliari, colle Argione, monte Castelvecchio/Gogàla, monte Castello, monte di Pietà, monte delle Nicchie, monte San Pellegrino, monte Gulèa/San Benedetto, cozzo Nirra, colle San Marco, rocca San Crispino) che si protendono in direzione W-E.  A nord è separato dal resto dei Monti Sicani dall’ampia valle Cottonaro.

    Visualizzazione ingrandita della mappa

     

    Riferimenti cartografici

    • Foglio I.G.M. 1:50000: n.628 (Sciacca)
    • Tavoletta I.G.M. 1:25000: n.266 I S.O. (Caltabellotta)
    • C.T.R. 1:10000: n.628030 (Caltabellotta)

    Punti d’interesse

     
    Itinerari

     

    Eremo di San Pellegrino
     L’Eremo di San Pellegrino, abbarbicato sull’omonimo Monte, è un complesso monastico, fondato in epoca normanna e rifatto nel Settecento, costituito da una chiesa ed un convento. La chiesa, la cui facciata (1721) presenta uno splendido portale in stile barocco impreziosito da un medaglione decorato, è stata eretta sul luogo dove, secondo la leggenda, il Santo uccise il drago. Infatti la leggenda racconta che Pellegrino, originario di Lucca di Grecia, venne mandato da Pietro in Sicilia nel 40 d.C. e arrivato a Triokala chiese ad una donna un tozzo di pane ma questa glielo negò. Quando la donna aprì il forno per estrarre i pani cotti questi si erano tramutati in sassi. Triokala, a quel tempo, era tormentata da un feroce drago e gli abitanti per placarne l’ira gli offrivano in pasto, ogni giorno, un bambino estratto a sorte tra la popolazione. Un giorno fu estratto proprio il figlio della donna che aveva negato il pane al pellegrino. La donna disperata andò dall’eremita e chiese il suo intervento. Pellegrino si avviò col bambino verso la caverna del terribile drago e lo uccise conficcandoli un bastone nella gola. Il fanciullo salvato venne battezzato col nome di Liberato, tanti si convertirono alla nuova fede e il pellegrino venne proclamato vescovo della città. Pellegrino scelse poi una grotta posta poco più in alto di quella del dragone e ivi si installò dedicandosi alla meditazione e alla preghiera. Tra i sacerdoti che verranno da lui ordinati vi sarà Liberato il quale diverrà anch’egli vescovo di Triokala e infine Santo. San Pellegrino morì 30 anni dopo il suo arrivo a Triokala e venne sepolto nei pressi della grotta in cui aveva dimorato; pare però che in seguito le sue reliquie siano state trasferite a Lucca di Grecia.

    Grotta del drago

    Si tratta di due grotte, in parte scavate artificialmente, legate alla leggenda del Santo e del drago e poste sul M. San Pellegrino: la più piccola può essere stata la dimora del Santo; la più grande, conosciuta come grotta del drago, custodisce splendidi affreschi, nicchie e suppellettili appartenuti, secondo la leggenda, al Santo. Vi sono conservati due pannelli in maiolica risalenti al 1579 e al 1608. Vi si accede percorrendo un atrio che si trova a sinistra della chiesa di San Pellegrino.

    Necropoli di Monte delle Nicchie

    Sul Monte delle Nicchie sono presenti 50 tombe a grotticella di origine sicana riconducibili all’età del bronzo antico. Successivamente alcune furono trasformate, intercomunicando due o più tombe, in abitazioni rupestri dai fedeli cristiani; la presenza di cappelle ed edicole votive e di numerose nicchie incavate nella roccia non lasciano dubbi su questa presenza paleocristiana in questo luogo.

    Chiesa S. Maria della Pietà

    Si tratta di un opera architettonica molto interessante essendo fra le chiese rupestri di età bizantina la più integra e meglio conservata.  Vi si accede attraverso gradini scavati nella roccia e al suo interno custodisce una Pietà ed un affresco di San Cono, purtroppo piuttosto deteriorato dall’umidità.

     

    Museo Etno-Antropologico

    Ospita il Museo Etno-Antropologico, ove viene documentata attraverso una raccolta di attrezzi d’epoca la vita dei contadini e dei pastori del luogo, la grande grotta sottostante la chiesa di S. Maria della Pietà. Si tratta di sei camere scavate nella roccia di grande interesse archeologico facenti parte con la chiesa sovrastante di un’unica struttura probabilmente monastica e verosimilmente bizantina.

    Castello Luna

    E’ ubicato sulla vetta del Monte Castello, comunemente detto il Pizzo, a quota 949 m s.l.m.. Si accede all’antico maniero, riedificato nel 1090 all’arrivo dei Normanni, attraverso una ripida scalinata incastonata nella roccia. Purtroppo oggi rimangono solo i ruderi (un muro, un portale e le fondamenta di alcuni vani) di quella che doveva essere un’inespugnabile roccaforte. Il nome del maniero deriva dalla potente famiglia Luna che per tanti anni ne ha detenuto la castellania, il castello è conosciuto anche come della Regina Sibilla in quanto nel 1194, dopo la morte di re Tancredi a cui successe il figlio minorenne Guglielmo III, la regina madre Sibilla cercando di resistere contro gli Svevi, che avanzavano alla conquista del regno di Sicilia nascose il giovane re e le altre tre figlie in questa sicura e inaccessibile roccaforte. Qui il 31 agosto del 1302, venne firmata la “Pace di Caltabellotta” che pose fine alla guerra del Vespro fra Angioini e Aragonesi, segnando il passaggio della Sicilia dall’orbita d’influenza francese a quella spagnola.
     

     Chiesa della Madrice

     Nel 1090 i normanni cacciarono via i Saraceni e trasformarono l’antica Moschea araba in chiesa. Nella struttura originaria, poggiante su una doppia fila di colonne, l’accesso principale era dato dal portale posto a sud ed affiancato dall’altro oggi comunicante con l’oratorio. I restanti tre lati probabilmente erano murati.  L’attuale portale ovest, oggi principale via di ingresso alla chiesa, venne inserito forse nel XIV secolo. L’esterno si presenta con una semplice facciata in pietra viva. Nel XV secolo la chiesa venne ampliata ed arricchita da una serie di cappelle, tra le quali, la cappella della Madonna della Catena ricca di stucchi e pitture. Fu realizzata da Antonino Ferraro e al centro custodisce una preziosa statua della Madonna della Catena di Giacomo Gagini.  Nelle altre cappelle si possono ammirare altre statue di Madonna con Bambino sempre dei Gagini.  A sud la vicina torre campanaria è conosciuta come minareto perchè qui vennero torturati dei Bizantini che non si vollero convertire alla religione islamica, non si conoscono con certezza le sue origini secondo alcuni sono arabe secondo altri normanne.

    Chiesa di S. Salvatore

    Questa chiesa, di epoca normanna, era annessa al Castello Luna anche se costruita fuori di esso per motivi di spazio. L’esterno è in pietra viva ed è abbellito da un magnifico portale ogivale in stile chiaramontano. L’originaria apertura era situata sul lato ovest ed è oggi murata.

    Castelvecchio/Gogàla

    Sul Monte Castelvecchio vi sono i segni di un fortilizio di origine sconosciuta, forse si tratta dei ruderi delle antiche fortificazioni degli schiavi ribelli della II guerra servile (104-99 a.C.). E’ certo che l’erosione ha modificato con numerosi crolli la forma originaria del Monte Castelvecchio come testimoniato dai grandi massi presenti ai suoi piedi. Tutta l’area della Gogàla è ricca di lavori di intaglio nella roccia: sono presenti un centinaio di vani di forma quadrata ciascuno dei quali costituiva l’abitazione di una famiglia, stradelle per raggiungerle, pozzetti e piccole cisterne per la raccolta dell’acqua, oltre a nicchie, sedili e tribune semicircolari.  Questi vani furono le abitazioni dei Bizantini prima e dei Saraceni poi. Il toponimo Gogàla non è altro che una variazione di Cocàla, vale a dire la rupe di Cocalo. Pare infatti che sia proprio la Gogàla la rupe irrangiungibile che Dedalo* con una piccola opera di scavo e la creazione di un sentiero stretto e tortuoso rese accessibile e su cui venne costruita la fortezza di Camico dove il re Cocalo trasferì la sua reggia e i suoi tesori.

    * Dedalo, grande architetto originario di Atene, assieme a suo figlio Icaro venne rinchiuso da Minosse, re di Creta, nel Labirinto che egli stesso aveva costruito per il Minotauro. Dedalo riesce ad evadere e fugge verso la Sikania. Approdato sull’isola trova rifugio presso Cocalo (Kòkalos), re della sicana Inycon. Dedalo realizza alcune opere per Cocalo: sul Monte Kronio con un artificio imprigiona il vapore e crea le famose stufe; sul fiume Alabon costruisce una Kolymbethra (piscina) in cui raccoglie le acque termali che qua sgorgano e ne fa allargare la fonte; con una piccola opera di scavo e la creazione di un sentiero stretto e tortuoso rende raggiungibile una rupe inaccessibile e vi costruisce una fortezza che chiama, dal nome del vicino fiume, Camico. Cocalo vi trasferisce subito la sua reggia e i suoi tesori. Minosse arriva in Sicilia per cercare Dedalo e, mentre il famoso architetto si rifuggia nella fortezza di Camico, Cocalo ospita il re di Creta nella sua reggia di Inycon. Un giorno Cocalo, accompagnato dalle sue figlie, porta Minosse presso il fiume Alabon e gli mostra la sua piscina ma Minosse scivola in acqua e muore annegato. Non appena la notizia della morte di Minosse arriva a Creta un’esercito parte alla volta di Inycon. Cocalo, all’apparire all’orizzonte di una numerosa flotta, trasferisce il suo popolo nella fortezza di Camico. Le truppe cretesi quando entrano in città la trovano vuota, ispezionano il territorio sperando di trovare un rifugio sotteraneo o un passaggio segreto; aspetteranno cinque anni certi che il re e il suo popolo, costretti dalla sete e dalla fame, sarebbero emersi dal loro nascondiglio ma fu proprio l’esercito spinto dalla fame a mettere fine all’assedio.

    Malupirtusu

    Il malupirtusu è un passaggio che permette di attraversare da nord a sud la dorsale montuosa del M. Kratas. Inizialmente doveva essere molto stretto ma successivamente è stato allargato per permettere l’attraversamento degli animali prima e delle automobili dopo. Pare che sia proprio il Malupirtusu la via segreta di accesso alla fortezza di Camico. Infatti ai tempi dei sicani questo era l’unico passaggio che permetteva di scavalcare la dorsale da sud a nord e raggiungere agevolmente la rupe Gogàla.  Oggi tale rupe è facilmente raggiungibile da altri due punti: attraverso la sella (risultato di una lenta ma continua erosione che innescando fenomeni di crollo tende a disgregare la dorsale) posta tra il M. Gulèa e il M. S. Pellegrino; e attraverso la via Matrice e la via Balate, grazie alle audaci strade scavate nella roccia dagli arabi.

    Quartiere Terravecchia
    Di origine araba, costituisce la parte più antica di Caltabellotta. Originariamente vi si accedeva da due porte: quella del Salvatore, ancora esistente, e quella di Salvo Porto, distrutta durante il secolo scorso per permettere il transito delle automobili. Il quartiere può essere raggiunto anche da un piccolo sentiero scavato nella roccia che, partendo dalla via S. Agostino, si inerpica per un centinaio di metri congiungendosi con la torre denominata Galòfara. Si pensa che questo sentiero venne costruito dai sicani di Cocalo e che corrisponda a quello stretto e tortuoso ideato da Dedalo.

    Gulèa/S. Benedetto

    Sul Monte Gulèa o Gòllega le campagne di scavo dirette dall’archeologa Rasalba Panvini negli anni 1983 e 1985 hanno restituito i resti di un antico centro indigeno testimoniato dalla presenza delle fondamenta di due capanne circolari, una delle quali ha portato alla luce materiali ceramici di tipo indigeno ma anche frammenti risalenti all’VIII-VII sec. a.C. e al VI sec. a.C.. Inoltre al centro del sito sono venuti alla luce i resti di un edificio e di un sacello edificati tra il VI ed il V sec. a.C. e recuperate lucerne, brocchette, ecc. In altri ambienti edificati tra il V e il IV sec. a.C. sono state recuperate 4 monete di bronzo e resti di pithoi. Si può pertanto evincere che quest’area è stata abitata ininterrottamente da un’epoca anteriore al VIII sec. a.C. fino al III sec. a.C.. Ai piedi del Monte Gulèa, sul terrazzo San Benedetto sono presenti i resti di un grosso insediamento urbano (una cinta muraria, una torre circolare, una grande cisterna rettangolare scavata nella roccia, un’incavo a forma di ciotola, un probabile santuario, ecc) che raggiunse il massimo sviluppo nel VI sec. a.C. e visse fino al III sec. a.C.. Si tratta verosimilmente della città di Inycon che a seguito della sua ellenizzazione dovette modificare il suo nome sicano in quello greco di Triokala distrutta poi dai Romani durante la prima guerra punica nel III sec. a.C.. Il suo popolo abbandonò sia la Gulèa che il terrazzo e si trasferì a valle (S. Anna) edificando una nuova città (Trokalis).

    Necropoli Cappuccini

    Le grotticelle a forno dei Cappuccini (XIII a.C.) si presentano fra le meglio conservate ed originali poichè situate su un’alta parete verticale e quindi difficilmente raggiungibili, anche se tutte sono state violate e trafugate in tempi imprecisabili per cui non rimane nessuna testimonianza dei suppellettili e resti umani che dovevano essere presenti al loro interno. Presentano una pianta circolare o ellittica e la volta a forno.

    Necropoli S. Paolo

    Nella necropoli di San Paolo sono presenti 22 tombe a grotticella, originariamente le tombe erano più numerose ma purtroppo alcune sono state distrutte dalle opere di scavo per la costruzione della strada.

    Chiesa di S. Agostino

    La trecentesca chiesa di Sant’Agostino presenta un bel portale del 1742 e una austera torre campanaria dalle severe bifore. All’interno una Madonna del Soccorso (secolo XVI) di Antonello Gagini e un gruppo policromo in cotto maiolicato della Deposizione, costituito da 8 figure ad altezza d’uomo (1552) di Antonino Ferraro, originariamente collocato all’inteno dell’adiacente chiesetta di San Lorenzo.

    Chiesa dei Cappuccini

    Si tratta della chiesa di San Francesco d’Assisi appartenuta allo scomparso convento dei Cappuccini.  Al suo interno spiccano la settecentesca pala di Fra’ Felice da Sambuca, il monumentale altare in noce e il bellissimo Crocifisso ligneo detto Dio Vivo.

    Chiesa del Carmine

    Ubicata in piazza Umberto I è la nuova Madrice di Caltabellotta. Apparteneva al convento dei frati carmelitani anche se esisteva già al loro arrivo a Caltabellotta. L’interno è costituito da un’unica navata fiancheggiata da cappelle: sull’altare del presbiterio si trova una statua della Madonna delle Grazie (1534) di Antonello Gagini.

    Itinerario Monte S. Pellegrino-Monte delle Nicchie-Monte della Pietà

    Il percorso può essere iniziato dall’ampio spiazzo posto di fronte l’Eremo di S. Pellegrino. Da qui si può salire sul Monte Pellegrino, che con i suoi 953,5 m s.l.m. è la cima più elevata del Monte Kratas, e visitare l’Eremo omonimo e la grotta del drago. Dallo spiazzo si distacca una stradella intagliata nella roccia prima e una ripida scalinata dopo che, attraversando la necropoli di Monte delle Nicchie e del Monte di Pietà, conduce alla piccola chiesa della Pietà, realizzata all’interno di una grotta, e alla grande grotta a sei vani che ospita il Museo Etno-Antropologico. Poco più avanti il passaggio Malupirtusu: la via segreta di accesso del re Cocalo alla sua nuova fortezza sulla rupe Gogàla. Il percorso proposto può essere chiuso ad anello percorrendo la panoramica e suggestiva via San Pellegrino che interseca il fianco nord del Monte della Pietà – delle Nicchie – di S. Pellegrino.

     

     

     

     

     

     

    Itinerario Monte Castelvecchio/Rupe Gogàla-Monte Castello

    Dalla via S. Agostino è possibile raggiungere il quartiere Terravecchia attraverso un piccolo sentiero scavato nella roccia (quello stretto e tortuoso ideato da Dedalo) che si inerpica per un centinaio di metri. Dal quartiere Terravecchia si diparte un altra ripida gradinata che permette di raggiungere il suggestivo Castello Luna e la cima del Monte Castello da dove si può vedere la costa meridionale siciliana da Marsala ad Agrigento e dal lato opposto la bellissima valle del Verdura. Ridiscesi e possibile dirigersi verso la piazza Madrice dove, dopo aver visitato la chiesa di San Salvatore, si può visitare la Cattedrale, il Monte Castelvecchio e la rupe Gogàla.

     

    Itinerario Monte Gulèa-Terrazzo San Benedetto

    Questo itinerario può essere iniziato dai ruderi della chiesa di San Benedetto. Da qui si può proseguire fino all’area archeologica dove è possibile visitare i resti dell’antica Triokala e di un’antico centro indigeno.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Itinerario enogastronomico

    Caltabellotta vanta una secolare tradizione nella produzione di olio extra vergine di oliva ottenuto da una particolare varietà di olive dette “biancolilla”. Piatto tipico della cucina del luogo è “patate a sfinciuni“, un gustoso tortino a base di patate, uova e pangrattato esaltato dal pepe nero. Altro piatto tipico è la “froscia”, una pietanza a base di uova che si può cuocere in forno o in padella, aggiungendo pane e formaggio grattugiato, ricotta, latte, asparagi fritti, sale, pepe e l’immancabile melissa (erba aromatica simile alla menta). Tipici dolci sono lu cannileri” un uovo sodo colorato imbrigliato dentro una pasta dolce, anch’essa a base di uovo e a forma di pesce, di colomba o di paniere, e i “cuddureddi” dolci ripieni di confettura di fichi.

    Sagre ed eventi

    • San Giuseppe (19 Marzo): processione a partire dalla Chiesa del Carmine, degustazione prodotti tipici
    • festa di li fimmini (fine Marzo): festa in ringraziamento ai “SS. Crocifisso Dio Vivo” e “Maria SS. dei Miracoli” in ricordo del miracolo della pioggia del 27/03/1957
    • Giovedi Santo: giro di “Li Sibiluchi”
    • Venerdi Santo: via crucis vivente, processione con l’Addolorata fino al Calvario, processione con il Cristo morto
    • Domenica di Pasqua: spari di bombe a cannone,“Nisciuta di San Micheli”, “lu ncontru di pasqua”, spettacolo pirotecnico in località Calvario
    • Santa Rita (22 Maggio): processione a partire dalla chiesa di S.Agostino, il simulacro è portato a spalla dalle donne
    • Sagra delle fave (29 Giugno): ogni anno per San Pietro e Paolo in ogni quartiere si cucinano le fave
    • festa della Madonna (ultima domenica di Luglio): festa in onore dei protettori di Caltabellotta Maria SS. dei Miracoli e SS. Crocifisso, processione a partire dalla chiesa di Sant’Agostino, processione dell’oro
    • Dedalo fest (Luglio): 4 giornate di musica, incontri, seminari dedicati alla musica indipendente
    • San Pellegrino (18 Agosto): festa in onore del Patrono di Caltabellotta svolta nello scenario dell’Eremo di San Pellegrino
    • Pace di Caltabellotta (fine agosto): corteo storico medioevale
    • Dio Vivo (seconda settimana di settembre): processione a partire dalla chiesa dei Cappuccini
    • Festa dell’Immacolata (8 Dicembre): processione a partire dalla chiesa Santa Maria dell’Itria, ”rogo di lu diavulazzo” nella piazza antistante la chiesa stessa
    • Presepe Vivente (25 Dicembre/6 Gennaio): la città di Caltabellotta si trasforma in un suggestivo presepe vivente culminante nella chiesetta della Pietà, sagra dell’ulivo e dei prodotti tipici 
    • Sagra del castrato: percorso di degustazione sia dolce che salato con sezione speciale per il castrato

     

    Bibliografia

    L. Rizzuti (2004) - CAMICO topografia di una fortezza – Salvatore Estero Editore

    L. Rizzuti (2006) - TRIOKALA Leggenda Mito Storia – Salvatore Estero Editore

    E’ vietata la riproduzione anche parziale di testi, immagini e foto originarie che sono di proprietà dell’autrice.Tutti i diritti riservati.

  • Scala Geocronologica

    settembre 17, 2010 // 0 Comments

    Posted in: Schede

     

    Era Periodo Epoca Età Milioni di Anni
    Quaternario o Neozoico Olocene     0,008
    Pleistocene Sup. Tirreniano  
    Med. Crotoniano  
    Inf. Selinuntiano 2
    Terziario o Cenozoico Pliocene   Piacenziano  
    Zancleano 5
    Miocene Sup. Messiniano  
    Med. Tortoniano  
    Serravalliano  
    Inf. Langhiano  
    Burdigaliano  
    Aquitaniano 23
    Oligocene Sup. Stampiano  
    Inf. Sannosiano 37,5
    Eocene Sup. Priabaniano  
    Med. Barthoniano  
    Luteziano  
    Inf. Cuisiano 53,5
    Paleocene Sup. Thateniano  
    Inf. Daniano 65
    Secondario o Mesozoico Cretaceo Sup. Maastrichtiano  
    Campaniano  
    Santoniano  
    Coniaciano  
    Turaniano  
    Cenomaniano  
    Abaiano  
    Inf. Aptiano  
    Barreniano  
    Hauteriviano  
    Valanginiano  
    Berraisiano 135
    Giurassico Malm Titoniano  
    Kimmeridgiano  
    Oxfordiano  
    Dogger Calloviano  
    Bathoniano  
    Bajociano  
    Aaleniano  
    Lias Toarciano  
    Pleisbachiano  
    Sinemuriano  
    Heltaniano 192
    Triassico Sup. Retico  
    Norico  
    Carnico  
    Med. Ladinico  
    Anisico  
    Inf. Scitico 235
  • Complesso carsico Piana di Sopra (Tp)

    settembre 17, 2010 // 0 Comments

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    Posted in: Provincia di Trapani

    in lavorazione…

    di Giusy Adragna

    In questo articolo vi propongo un’escursione indimenticabile. Vi porterò all’estremità NW della Penisola di Capo San Vito (Sicilia nord-occidentale), in uno dei luoghi più belli della provincia di Trapani. Precisamente vi condurrò in un’area ricca di evidenze geomorfologiche (forme carsiche, paleofalesie, ecc…) ma anche di vestigia preistoriche (caverne preistoriche, pitture rupestri, ecc…) e di una bellezza paesaggistica indescrivibile.

    “A chi mi chiede:
    perché vai in montagna?
    gli rispondo
    se me lo chiedi non lo saprai mai.”

    Ed Viesturs

     

     

     

     

    Il complesso carsico di Piana di Sopra ricade per intero nel territorio comunale di San Vito Lo Capo (Tp) e comprende l’altopiano carsico di Piana di Sopra.

     

     

     

    Un altopiano carsico è un rilievo complesso, caratterizzato da una grande superficie suborizzontale delimitata da ripide scarpate, ricco di forme carsiche sia superficiali che profonde. Se è facile spiegare la conservazione delle superfici suborizzontali considerando la mancanza di un’idrografia superficiale, è più difficile invece spiegarne la genesi che può essere varia. Nel nostro caso le estese superfici suborizzontali sono state prodotte dall’azione di abrasione del moto ondoso su quello che era un antico fondale marino risalente al Quaternario. Tali superfici si chiamano terrazzi marini.

     
    Visualizzazione ingrandita della mappa

    Riferimenti cartografici

    • Foglio I.G.M. 1:50000: n.593 (Castellammare del Golfo)
    • Tavoletta I.G.M. 1:25000: n.248 I S.O. (San Vito Lo Capo), n.248 II N.O. (Castelluzzo)
    • C.T.R. 1:10000: n.593010 (San Vito Lo Capo)

     

    Punti d’interesse

     

     

    Grotta della Zubbia

    E’ una cavità carsica ad andamento orizzontale ubicata a Piana di Sopra a circa 60 m s.l.m.. Si sviluppa complessivamente per circa 300 m articolandosi lungo dislocazioni tettoniche orientate ENE-OSO e N-S. Si accede alla cavità attraverso un pozzo profondo circa 4 m che conduce nella caverna iniziale larga 15m, lunga 35 e alta 8m.  Si prosegue da sud risalendo una colata stalagmitica e strisciando da un cunicolo si accede in un altro ambiente ricco di stalagmiti. Calandosi per uno dei due pozzi poco profondi che si aprono sul fondo si arriva in una caverna dalla quale si aprono una serie di cunicoli ricchi di concrezioni. Si avanza da un passaggio basso e ricco di vaschette contenenti numerose pisoliti, di dimensioni centimetriche e di forma ovale o irregolare, che porta in un’ultima caverna detta “Grotta delle Campane”  caratterizzata da bellessime cortine di alabastro lungo le pareti. Questa grotta è ricca di stalattiti eccentriche: forme ramificate con elementi rivolti verso l’alto.

     

    Grotte preistoriche: grotte di Cala Mancina (gr. di Cala Mancina, di Mezzo, dei Cavalli) e grotte dell’Isolidda.

    L’uomo arrivò sul litorale sanvitese alla fine del Pleistocene, alla fine dell’ultima era glaciale. Il Pleistocene fu caratterizzato da un alternanza di periodi freddi e caldi, durante i periodi glaciali i ghiacci formatisi ricoprirono il continente europeo e buona parte del Mar Mediterraneo provocando l’abbassamento del livello marino. Viceversa, durante i periodi interglaciali i ghiacciai si sciolsero e il livello del mare si elevò a quote molto più elevate rispetto a quelle attuali. Durante le fasi interglaciali il mare, in concausa ai movimenti tettonici verticali, batteva ad alcune decine di metri sopra l’attuale livello del mare e lì i processi erosivi provocati dal mare crearono gran parte delle grotte del litorale, come testimoniato da suggestivi solchi del battente. L’uomo utilizzò queste grotte per seppellirvi i propri morti, per abitarvi e per espletare quasi tutte le attività di sussistenza. I primi ad eleggere tali grotte come dimora più o meno fissa furono i cacciatori paleolitici, portatori di una cultura definita epigravettiana. Inoltre se si tiene presente che nel periodo più antico di frequentazione umana la linea di costa era tra 60 e 40 metri sotto l’attuale livello del mare è facile ipotizzare l’uso di cavità naturali oggi sommerse.

     Grotta di Calamancina

    E’ ubicata alle spalle dell’omonima caletta sulla falesia occidentale dell’altopiano. Di non grandi dimensioni è interessata da un’incisione tipica dell’arte rupestre dell’area mediterranea quale una F greca a spigoli acuti risalente al neo-eneolitico. Al di sotto dell’ingresso della grotta sono presenti delle piccole cavità con residui di depositi concrezionati risalenti al paleolitico sup. e mesolitico.

     

     

     Grotta di Mezzo
    La Grotta di Mezzo si apre sul versante occidentale del promontorio a ridosso dell’alta paleofalesia, tra la grotta di Calamancina e quella dei Cavalli. Presenta un ampio ingresso e si sviluppa internamente su 2 livelli.

     

     

     

     Grotta dei Cavalli

    La Grotta dei Cavalli è sicuramente la più affascinante per l’ampio antro che arriva a sfiorare la sommità dell’altopiano. Alla base della grotta sono presenti grossi massi crollati dalla volta. In essa è stato riconosciuto (Tusa, 1992) un complesso pittorico, probabilmente dell’eneolitico, costituito da numerosi elementi dipinti in rosso. Si tratta di due insiemi principali di raffigurazioni rinvenute sulla parete destra della cavità in una camera interna. Il primo gruppo, più cospicuo, è caratterizzato da figure astratte di aspetto geometrico costituite da articolazioni lineari estremamente complesse in forma di ellissoidi, cerchi concentrici taccheggiati, sinusoidi campite da tratti e coppie sinuose di linee ondulate e parallele campite all’interno da tratti. Il secondo gruppo, più interno, è costituito da figure antropomorfe filiformi, alcune delle quali a doppio tridente, tra le quali compare anche un arciere che insegue una figura zoomorfa di difficile interpretazione.

     

    Grotte dell’Isolidda

    Le Grotte dell’Isolidda si aprono poco più a sud rispetto alle grotte di Cala Mancina, sulla stessa paleofalesia che qui cambia direzione sviluppandosi in senso EO. La costa antistante tali grotte è caratterizzata da una spiaggetta ciottolosa dinnanzi lo scoglio denominato l’isulidda. Si tratta di 2 gruppi di piccole cavità prive di deposito archeologico ma ricche di testimonianze d’arte rupestre paleo-mesolitica. Un primo gruppo è inerpicato sotto l’omonima torre, e l’altro gruppo poco più a est dove la paleofalesia assume una forma semicircolare. In una di queste ultime nella Grotta Racchio sono stati rinvenuti due cervidi incisi in stile schematico oltre a diverse incisioni lineari.

     

    Torre dell’Isolidda

    La torre dell’Isolidda rientra fra le torri facenti parte di un sistema difensivo, di avvistamento e di comunicazione delle coste siciliane attuato a partire dalla fine del XVI secolo. Fu edificata dall’architetto fiorentino Camillo Camilliani nel 1595 ed era dotata di artiglieria, di due soldati e un caporale. A pianta quadrata è articolata su 3 elevazioni (piano terreno, primo piano, terrazza). Sul pavimento del pianterreno, come consueto, si apre la bocca della cisterna;  al primo piano si trovano solo 2 aperture, l’accesso verso ovest (si entrava da una scala retraibile in corda o in legno) e una finestra lato mare (est), gli altri 2 lati, in cui internamente si collocano un grande camino in pietra e un ripostiglio, sono privi di aperture. Verso Trapani comunicava con la torre della Tonnara di Cofano, Torre San Giovanni e con Monte S. Giuliano, verso San Vito con la non più esistente Torre Roccazzo.

    Torre Roccazzo

    Costruita nel 1595 era ubicata nel punto in cui nel 1935 fu edificato il semaforo militare e per far posto al quale la torre fu distrutta. Oggi la costruzione militare è divenuta l’abitazione di un illustre fisico.

    Torrazzo

    Fu costruita probabilmente tra il XIV e il XV secolo a protezione di una tonnara vicina oggi non più esistente. Presenta pianta interna quadrata ma esterna circolare e ha una accentuata risega esterna al livello del piano primo. Sono presenti solo 2 finestre: una sul lato occidentale e l’altra quasi sopra la porta d’ingresso. Sopra quest’ultima finestra era presente la caditoia di protezione dell’accesso. Si notano numerosi fori collegati a dei tubi utilizzati per versare liquidi bollenti.

    Chiesa di San Vito

    Vito nacque nel 286 a Mazara del Vallo (Trapani) da Ila, potente funzionario romano. Rimasto orfano di madre fu affidato alla nutrice Crescenzia e al maestro Modesto, i quali essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. Quando Ila venne a sapere di ciò fece di tutto affinchè Vito rinnegasse Cristo e non esponesse la famiglia alla persecuzione di Diocleziano contro i cristiani. Vito, Modesto e Crescenzia, minacciati, fuggirono via mare lontano da Mazara. Dopo due giorni di navigazione una tempesta li costrinse ad approdare su una spiaggia protetta ad ovest da Capo Egitarso o Egitallo (oggi Capo San Vito). Dopo un breve periodo all’Egitarso i tre ripartirono e sbarcarono alla foce del Sele in Lucania. Vito per i miracoli operati era considerato un vero e proprio taumaturgo e venne condotto a Roma da Diocleziano, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per liberare il figlio dal demonio (in realtà epilessia).  Nonostante Vito eseguì il miracolo non gli fu risparmiato, a lui, a Crescenzia e a Modesto, il martirio. Degli angeli li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania dove, ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303.  Anni dopo venne edificata, su quella spiaggia a ridosso del Capo Egitarso, una piccola cappella dedicata a San Vito (IV sec d.C.), poi trasformata in chiesa e infine, nel XV sec., inglobata in  una struttura difensiva. Solo agli inizi del 1600 venne costruita nell’angolo nordorientale della fortezza la Torre. All’interno del santuario è presente una statua in marmo del 1587 di G.Gagini raffigurante San Vito.

    Cappella di Santa Crescenzia

    Quando Vito, Modesto e Crescenzia approdarono a Capo Egitarso vennero a sapere dell’esistenza di una borgata sotto un alta rupe a soli 3 km dalla spiaggia. Vi si recarono per convertire gli abitanti al cristianesimo ma questi li cacciarono e minacciarono e mentre i tre ritornavano alla spiaggia un’enorme frana, castigo di Dio per gli infedeli, seppellì la borgata e i suoi abitanti. A poche centinaia di metri dalla frana (oggi contrada valanga) sorge la cappella (sec XVI) di Santa Crescenzia. Qui, secondo la leggenda, si trovava Crescenzia quando la borgata di Conturrana fu sepolta dalla frana.

     

    Reef a Vermetidi

    Le piattaforme a vermeti sono vere e proprie scogliere che si sviluppano al livello medio del mare formate dal gasteropode Dendropoma petreum (Monterosato, 1892). Nel Mediterraneo le piattaforme sono localizzate esclusivamente sulle coste bagnate da acque con temperature superiori ai 24° C  nella stagione estiva ed ai 14° C  nella stagione invernale. In Sicilia si trovano prevalentemente tra Cefalù e la costa di Trapani, e nelle Isole Egadi. 

     

     

    Sentiero delle Grotte di Calamancina

    Difficoltà: T (Turistico)
    Dislivello: trascurabile
    Segnaletica: presente

    Il sentiero ha inizio da una traversa sulla destra della via Cala Mancina. E’ su sterrato e può essere percorso anche in Mountain bike. Molto suggestivo soprattutto al tramonto, si snoda tra il mare e l’alta paleofalesia. Si incontrano in ordine la baia di Cala Mancina con la grotta omonima, la grotta di Mezzo e, dulcis in fundo,  la Grotta dei Cavalli.

     

     

     

    Sentiero delle Grotte dell’Isolidda

    Difficoltà: T (Turistico)
    Dislivello: trascurabile
    Segnaletica: presente

    Questo sentiero può essere iniziato sia da Portella delle Vacche sia dalla baia dell’Isolidda. La baia dell’Isolidda si raggiunge dalla strada asfaltata che serve il Camping El Bahira. Da qui si può raggiungere a piedi la Grotta Racchio e tornando alla baia proseguire fino alle grotte sotto la Torre dell’Isolidda e, superato il Camping, a portella delle Vacche.

     

     

     

    Carsismo

    Carsismo epigeo o di superficie

    Nell’area in esame il carsismo epigeo è rappresentato da una vasta gamma di forme.  Fra le più comuni:

    Le scannellature sono piccoli solchi rettilinei e subparalleli, separati tra loro da sottili creste aguzze. Simili a un reticolo idrografico in miniatura si trovano in superfici con inclinazioni varie, sono lunghe dai 10 ai 60 cm, larghe da 1 a 3 cm e profonde da 0,02 a 2 cm.

    I solchi carsici o docce sono solchi della profondità e larghezza di parecchi centimetri e della lunghezza di diversi metri. Sulle superficie poco inclinate presentano a volte andamento tortuoso, sulle superficie più inclinate presentano invece andamento rettilineo. Hanno l’aspetto di lunghe canalette, isolate o parallele.

    I crepacci carsici sono solchi di larghezza variabile e di lunghezza e profondità considerevoli.  A differenza dei solchi carsici essi sono impostati in corrispondenza di fratture. Verso il basso possono terminare assottigliandosi gradualmente o bruscamente su uno strato sottostante.

    I fori carsici sono piccole cavità a sezione subcircolare che si formano sia sulla roccia nuda sia al di sotto di una copertura di suolo. Possono essere paragonate a delle microcaverne.

    Le vaschette di corrosione sono cavità a fondo piatto e perimetro ellittico o subcircolare, aperte da un lato (impronte) o chiuse, situate su superfici non molto inclinate. Queste forme sono il risultato dell’azione solvente dell’acqua stagnante combinata ad azioni biologiche. La corrosione allarga le vaschette alla base dei fianchi dove è più lunga la presenza dell’acqua dopo le piogge.

    Le cavità alveolari sono cavità emisferiche di dimensioni variabili da qualche mm a qualche cm di diametro, si formano sulle pareti verticali come risultato dell’anidride carbonica combinata agli acidi umici rilasciati da muschi o da alghe endolitiche che vivono all’interno della roccia.

     

    La dolina è la più tipica fra le macroforme carsiche. E’ una cavità chiusa a forma più o meno circolare con uno o più punti di assorbimeno idrico sul fondo.  In sezione verticale si distinguono forme a piatto, a ciotola, a imbuto, a pozzo. Sul fondo della dolina può essere presente della terra rossa, talvolta appaiono come oasi verdeggianti tra aride pietraie. Dal punto di vista genetico sono in genere dovute alla soluzione del calcare ad opera dell’acqua di ruscellamento superficiale in movimento circolare oppure al crollo del soffitto di una grotta.

    Carsismo ipogeo o sotteraneo

    Nell’area in esame il carsismo ipogeo anche se poco esplorato è rappresentato da numerose cavità su frattura (grotta della Zubbia, ecc…) alcune delle quali ampliate dai processi di abrasione marina (grotte di Calamancina, grotte dell’Isolidda, ecc…).

     

     

    Litologia

    Le litologie arealmente più diffuse nell’area di Piana di Sopra sono:

    • calcari nodulari ad ammoniti1 e belemniti2, calcareniti3 a crinoidi4, calcilutiti3 a brachiopodi5 passanti lateralmente e verticalmente a calcilutiti rossastre silicizzate, argilliti siliceee radiolariti deposti tra il Dogger e il Malm. Spessore 4-30 m. Affiorano a nord di Cala Mancina.
    • calciruditi3 e brecce grigio scuro ad ellipsactinie6, calcareniti a crinoidi4con liste e noduli di selce. Calcilutiti a calpionelle7 e radiolari7. Età Titonico-Cretaceo inf. Spessore 110-250 m. Affiorano da Cala Topata a Cala Mancina.
    • calciruditi e calcareniti a peloidi8, intraclasti a foraminiferi, calcareniti e calciruditi coralgali, biolititi9algali, calcareniti oolitiche10, calcari a caprine e rudiste11. Costituiscono l’affioramento più cospicuo. Età Cretaceo medio-sup.. Spessore 150-300 m.

    1Gli Ammonoidi sono un ordine molto importante di Molluschi cefalopodi estinti, comparsi nel Devoniano Inferiore (circa 400 milioni di anni fa) ed estintisi nel Cretaceo Superiore senza lasciare discendenti noti.

    2I belemnoidei (comunemente detti belemniti) sono un sottordine molto importante di Molluschi cefalododi, i cui rappresentanti sono molto frequenti nel Mesozoico, alla fine del quale si estinguono completamente, contemporaneamente agli Ammonoidi.

    3Le rocce sedimentarie clastiche, in relazione alla granulometria dei clasti (grani), vengono suddivise in 3 classi principali: ruditi (dal latino rudus=rottame di pietra) se i granuli presentano dimensioni superiori ai 2 mm, areniti (dal latino arena=sabbia) se comprese tra 2 mm e 0,062 mm,  lutiti (dal latino lutum=fango) se inferiori ai 0,062 mm. Analogamente alle rocce clastiche anche quelle carbonatiche (calcari e dolomie) possono essere suddivise, aggiungendo ai termini sopradetti il corrispondente prefisso composizionale, in: calciruditi, calcareniti e calcilutiti oppure in doloruditi, doloareniti e dololutiti. Il prefisso bio – (es. biocalcarenite) indica la presenza abbondante di resti fossili nella roccia

    4 I Crinoidi appartenendo al Phylum degli Echinodermi sono imparentati con i ricci e le stelle marine. Tre delle quattro sottoclassi in cui si dividono sono esclusivamente paleozoiche; i rappresentanti della quarta sottoclasse,  Articulata, vive ancora oggi.

    5Il phylum dei Brachiopodi è composto da invertebrati marini che vivono per lo più ancorati al substrato, raramente infossati nei sedimenti. Sono a simmetria bilaterale e, come i molluschi bivalvi, secernono un guscio a due valve. Conosciuti fin dal Cambiano vivono ancora oggi anche se poco diffusi.

    6 Le Ellipsactinie erano dei Celenterati formanti colonie di tipo incrostante. Vissero esclusivamente nel Malm.

    Il phylum dei Protozoi (la cui caratteristica fondamentale è di essere costituiti da un’unica cellula che svolge numerose funzioni) è suddiviso in 4 classi.  Alla classe dei Ciliati appartiene il genere Calpionella. Della classe dei Rizopodi sono importantissimi, dal lato paleontologico,  i Foraminiferi e i Radiolari. I Radiolari, con dimensioni medie tra 100-200 micron, sono escluvivamente marini e tutti planctonici. I Foraminiferi, quasi tutti marini, hanno per la maggior parte abitudini bentoniche (Alveolinidi, Orbitolinidi, Nummulitidi, ecc.), poche le specie planctoniche ma ricchissime di individui.

    8 I peloidi sono granuli subsferici di dimensioni variabili (da qualche decina di micron fino ad alcuni mm) di non sempre chiara origine (fecale, diagenetica) privi di una chiara struttura interna.

    10Le ooliti sono granuli subsferici di taglia arenitica con un nucleo e una serie di inviluppi di varie lamelle concentriche.

    11 Le Rudiste sono Molluschi estinti bivalvi dalla conchiglia spessa ed ineguale generalmente fissi per l’estremità di una valva. Vissero quasi esclusivamente nel Cretaceo.

     

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    Dove alloggiare:

    www.panoramichotel.net

     

    Bibliografia

    B. Abate, C. Di Maggio, A. Incandela, P. Renda (1993) – Carta Geologica dei Monti di Capo San Vito (scala 1/25000) – Dipartimento di Geologia e Geodesia. Palermo. 

    Agnesi V., Di Maggio C., Macaluso T., Madonia G., & Rotigliano E. (2002) – Schema geomorfologico di Capo San Vito (Sicilia Nord-occidentale) – Atti del 4° Convegno di Speleologia della Sicilia, Custonaci 1-5 maggio 2002. Speleologia Iblea, Vol. 10, pp. 37-47

    Anelli F. (1965) – Relazione sulle ricognizioni esplorative compiute in alcune grotte nel territorio della provincia di Trapani – Itinerari speleologici, suppl. de “L’Alabastro” 1(6).

    Bosellini B., Mutti E., Ricci Lucchi F. (1989) – Rocce e successioni sedimentarie – Scienze della Terra – UTET

    Castiglioni G.B. (1991) – Geomorfologia – Scienze della Terra – UTET

    Mazzarella S., Zanca R. (1985) – Il libro della Torri – Sellerio editore Palermo

    Tusa S. (1999) – La Sicilia nella preistoria – Palermo

    Tusa S. (1992) – Il Complesso pittorico della Grotta dei Cavalli (San Vito Lo Capo, Trapani) – Atti della XXVIII riunione scientifica IIPP “L’arte in Italia dal Paleolitico all’età del Bronzo” – Firenze, 20-22 novembre 1989

    Tusa S. (2002) – Le grotte d’interesse preistorico della Sicilia Occidentale: passato e futuro – Atti del 4°convegno di Speleologia della Sicilia, Custonaci 1-5 Maggio 2002 – Speleologia Iblea Vol.10 pp.277-284

    Vialli V. (1985) - Lezioni di Paleontologia – Pitagora Editrice Bologna

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